William Klein è morto, lunga vita a William Klein!

di Nicola Guida

Stanze/ombre



William Klein, Gun (painted contacts), New York ,1955



Un'immagine sgranata, scattata in luce diurna.
Due ragazzini davanti ad un androne.
Il più grande dei due, con un’espressione ringhiante, ti punta un revolver in faccia ed è pronto ad ammazzarti mentre il più piccolo lo guarda angelico in volto.
La foto è stata scattata intorno al 1954 a New York, e l’artista che la scattò la definì un autoritratto. Lui era entrambi i ragazzini, quello arrabbiato, cresciuto come un cane randagio per le strade, capace di qualunque cosa, e quello sensibile, che emigrò a Parigi per dedicarsi a una ricerca che lo portò ad esplorare la scultura, la pittura, il cinema, e la fotografia.
Lui era William Klein.
Nato a Manhattan nel 1926, ragazzo ebreo in un quartiere irlandese, vorace lettore e frequentatore del MoMA, era uno studente brillante ma mollò gli studi per arruolarsi nell’esercito e finire per prestare servizio in Germania e in Francia, a Parigi, dove si stabilì alla fine della guerra, iscrivendoti alla Sorbona e studiando pittura con Fernand Léger.
Nel medesimo 1948 sposò Jeanne, una ragazza che incontrò il secondo giorno in città, e che non lasciò fino al 2005, anno della sua morte.
L'artista dipinse murales e quadri astratti, notati dall’achitetto Angelo Mangiarotti che ne chiese la riproduzione a casa sua su dei pannelli mobili, e Klein, colpito dalla luce mutevole su di essi, decise di fotografarli, entrando per la prima volta in contatto col medium fotografico.
Folgorato da quello che una macchina fotografica riusciva a fare con la luce, avviò la sua carriera come un’irrequieto ribelle, con immagini che sembravano scattate per sbaglio, sovraesposte, dai contrasti sbiancati e dai soggetti colti in una spontaneità falsata e illusoria.
"Klein ha infranto metà delle regole della fotografia e ha ignorato l'altra metà" diceva di lui Jim Lewis, sulla rivista Slate, nel 2003.
Proprio nel periodo in cui lo sguardo di un’altro grandissimo maestro, Henri Cartier-Bresson, stabiliva quelli che erano i canoni fotografici dell’epoca, “obiettività, eleganza, misura, distanza e discrezione”, arrivò Klein, che ribaltava ogni tecnica fotografica di composizione e messa a fuoco, e la fotografia smise di essere obiettiva.
Con i suoi soggetti Klein interagiva senza remora alcuna, non temeva di farsi vedere, in contrasto con l’invisibilità di Bresson che si teneva a distanza e, quasi in punta di piedi, scattava e spariva.
Klein era invece sfacciato, provocatorio, tagliente. Il suo motto era “ anything goes”, tutto va bene, tutto fa brodo.
L’ordine e la pulizia di Cartier Bresson non gli interessavano. "Mi piacciono le foto di Cartier-Bresson, ma non mi piace il suo insieme di regole. Così le ho invertite. Penso che la sua visione della fotografia, che deve essere obiettiva, sia una sciocchezza", affermava pur avendo curiosamente scattato molte delle sue foto proprio con una Leica comprata dal collega francese che affermava di non sapere usar bene, sfruttando la sua ignoranza in modo esemplare, scattando addirittura senza inquadrare, mostrando quanto in fotografia autori differenti possano dare risultati completamente diversi utilizzando lo stesso mezzo.
Negli anni ‘50 e ‘60 Klein ha ritratto in maniera totalmente innovativa New York, Roma, Mosca, Tokyo: le sue immagini erano oniriche, volti offuscati in mezzo alla folla, macchie in movimento. New York, nelle sue stesse parole, era la capitale mondiale dell’angoscia e il ritratto che viene fuori dai suoi scatti è quello di una città violenta, oscura e inquietante; addirittura il suo libro New York non fu mai pubblicato negli USA: tutti quelli cui mostrava la foto dei due ragazzi erano disgustati, “questa non è New York, è troppo brutta, troppo squallida…questa non è fotografia, è merda!”
Il suo primo mecenate fu la rivista Vogue, che coprì le spese per composizioni spesso beffarde di modelli intrappolati nel traffico della Fifth avenue, o in via Veneto, o sulle strisce pedonali di Ginza, ritratti attraverso obiettivi grandangolari o teleobiettivi.
"Le mie fotografie sono per lo più parodie", ha detto Kline, "L'intenzione era quella di mostrare quanto fossero false le pose. Ma nessuno si è lamentato. Mi sono sempre assicurato che tu potessi vedere il vestito.”
Fu un pioniere, nella fotografia di moda di quel periodo non si era mai visto nulla di simile, come un Fellini, di cui fu assistente alla fotografia per Le notti di Cabiria; sapeva mescolare il glamour e il grottesco.
Per un servizio di moda, ambientato nel Lower East Side di Manhattan, fece posare due modelle bianche vestite elegantemente davanti alla vetrina color malva di una barberia abbandonata, d'impulso chiese a un uomo di colore che lavorava lì vicino, vestito di bianco, di sedersi accanto a loro alla finestra.
Era un eccesso anche per i redattori di Vogue che tagliarono via l'uomo nella versione pubblicata sulla rivista. Troppo volgare.
Ma Klein non si faceva alcun problema ad offendere le persone, sia per strada che nelle sue pubblicazioni. Del resto era il ragazzaccio cresciuto per strada, quello che dopo i suoi scatti per Vogue tornava a casa e, alla domanda di sua moglie: "Com'è la moda per questa stagione?", rispondeva sempre: "Non ne ho idea".
Lasciando in eredità una vitalità e una carica che ancora sconvolgono chi si avvicina alla sua opera, lo scorso 10 settembre William Klein, a 96 anni, se n'è andato.
Nato due giorni prima della regina più famosa del mondo e scomparso due giorni dopo, William Klein è morto, lunga vita a William Klein!

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