"I superstiti tuttavia si lasciarono andare a un negativismo universale, a ciò che i francesi chiamano ennui universel. Ci assalì insidioso come una malattia, perché in realtà di malattia si trattava, con sintomi che presto divennero familiari: stanchezza, depressione, malessere indefinito, tendenza a contrarre piccole infezioni, cefalea persistente e invalidante. La combattei, come molti altri. Alcuni, e Xan è fra questi, non ne sono mai stati afflitti, protetti forse dalla mancanza d’immaginazione o, nel caso specifico di mio cugino, da un egocentrismo così forte da risultare impermeabile a qualsiasi catastrofe esterna. Ogni tanto mi capita ancora di doverla combattere, ma la temo di meno. Le armi cui faccio ricorso sono anche le mie consolazioni: i libri, la musica, la buona cucina, il vino, la natura.
Queste soddisfazioni, questi palliativi, mi ricordano con un misto di amarezza e di piacere la precarietà dell’umana gioia; quando mai è stata duratura? Mi dà ancora piacere, più intellettuale che sensuale, la primavera di Oxford in tutto il suo splendore: i fiori di Belbroughton Road che sembrano più belli ogni anno che passa, la luce del sole sui muri di pietra, gli ippocastani in fiore che ondeggiano nel vento, l’odore di un campo di fagioli, i primi fiocchi di neve, la fragile compattezza di un tulipano. Il piacere non è necessariamente meno intenso per il fatto che ci saranno centinaia di primavere sui cui fiori non si poseranno gli occhi di nessun uomo, in cui i muri crolleranno a poco a poco, gli alberi moriranno e marciranno, i giardini si riempiranno di erbacce, perché la bellezza sopravviverà all’intelligenza umana che la descrive, la apprezza e la celebra. Mi dico questo, ma lo credo davvero, ora che il piacere è diventato tanto raro e talvolta inscindibile dal dolore? Capisco quegli aristocratici e latifondisti che, senza eredi, lasciavano andare in rovina le loro proprietà. Non possiamo provare nulla se non il presente, non possiamo vivere che nel momento presente e capire che questo significa arrivare il più vicino che ci sia concesso alla vita eterna. Ma la mente ripercorre secoli di vita cercando rassicurazione nei nostri antenati e, senza eredi, non solo nostri ma dell’intera specie umana, senza il conforto di una vita dopo la nostra morte, tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che patetiche e fragili difese innalzate contro la rovina."
Abbiamo parlato del film di Alfoso Cuaròn tratto da questo libro in un pezzo molto intenso di Paola Ranzini Pallavicini a pagina 36 del primo numero di Stanze, trovando la distopia di questi argomenti, trattati ormai parecchi anni fa, ancora paurosamente calzanti. Non sembra anche a voi?


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